Non mi ricordo martedì
Intervisto persone che ricordano un pomeriggio qualsiasi di quarant’anni fa meglio di quanto io ricordi la settimana scorsa. E ho un sospetto sul perché.
Dove è finito il nostro tempo?
Ve lo chiedo seriamente, non è una domanda retorica. Dove è finito?
Perché io me lo chiedo continuamente. L’altro giorno ero in macchina, una delle solite trasferte, e a un certo punto mi sono reso conto che non avrei saputo dire niente dell’ora precedente. Niente. Guidavo, certo. Ma cosa ho pensato? Cosa ho visto? Boh. Un’ora sparita.
E non è la macchina. È tutta la giornata che funziona così. Ti svegli, parti, arrivi, fai una cosa e mentre la fai stai già pensando a quella dopo, perché c’è sempre quella dopo. Poi torni a casa la sera e ti giuro, sembra passato un secondo. Un secondo. E allora ti chiedi: ma stamattina il tempo ce l’avevo, era tutto lì davanti a me. Dove è andato?
Per tanto tempo mi sono risposto: eh, è la vita di oggi, troppe cose da fare. Che è vero, per carità. Però c’è qualcosa che non torna. Perché le giornate durano ventiquattro ore adesso come quando avevo quindici anni. E a quindici anni un pomeriggio d’estate non finiva mai. Stesso tempo, identico. Quindi il problema non è il tempo.
Vi racconto una cosa.
In questo periodo sto lavorando a un documentario su uno dei primi negozi di computer di Perugia, anni Ottanta. E quindi passo le giornate a intervistare persone che mi raccontano fatti di quarant’anni fa. Quarant’anni. E me li raccontano con dei dettagli assurdi: il pomeriggio che hanno visto il primo Commodore in vetrina, chi c’era quel giorno, cosa si sono detti. Uno mi ha descritto pure la luce che entrava dal negozio.
Quarant’anni fa. E io non mi ricordo martedì.
All’inizio pensavo: vabbè, sono ricordi importanti per loro, è normale. Poi però mi è venuto un dubbio. Quei pomeriggi lì non erano importanti, erano pomeriggi qualsiasi. Ragazzini che andavano a guardare un computer in un negozio. Quello che era diverso era che loro stavano lì. Punto. Non c’era nient’altro. Aspettavi venti minuti che il programma si caricasse dalla cassetta e in quei venti minuti guardavi lo schermo, parlavi, aspettavi. Oggi venti minuti d’attesa ci sembrano una cosa intollerabile.
E secondo me il punto è proprio questo. Noi tutti quei momenti lì, le attese, i viaggi, i tempi vuoti, li abbiamo riempiti. Tutti. Sei in coda? Telefono. Sei in macchina? Telefonata. Aspetti qualcuno? Telefono. Ci sembrava di guadagnare tempo e invece, secondo me, abbiamo buttato via proprio i momenti in cui il cervello si fermava un attimo e le cose si depositavano. I momenti che poi diventavano ricordi.
Per questo le settimane spariscono. Non perché il tempo va più veloce. Perché non gli lasciamo niente da trattenere.
Chi fa video come me conosce il drop frame: nel timecode ogni tanto si saltano dei numeri per restare allineati con l’orologio vero. Lì non si perde niente, è solo un conteggio. Nella vita invece i fotogrammi che salti li hai persi davvero.
Non ho la soluzione, sia chiaro. Domattina mi rimetto in macchina pure io e correrò come tutti. Però da quando ci penso una cosa la sto provando a fare, piccola: ogni tanto lascio un tempo vuoto vuoto. Un viaggio senza telefonate. E vi dico una cosa strana: quei momenti lì me li ricordo. Una settimana intera sparita, e mi ricordo il viaggio in cui non ho fatto niente.
Fateci caso anche voi. E poi scrivetemi nei commenti: qual è l’ultimo ricordo nitido che avete di una giornata normale? Quanto tempo fa? Ho il sospetto che le risposte si somiglieranno parecchio.



Ho letto questo tuo post e mentre scorrevo le righe mi son immaginata quel pomeriggio estivo, quando il sole cala ma non è ancora buio, quando si può stare fuori un po’ di più perché tanto domani non andiamo a scuola.
Io il commodore non l’ho vissuto, ma ho visto l’arrivo delle playstation e c’era un quartiere (Quartier Firenze) poco distante da dove abitavo io che aveva al suo interno un negozio di giocattoli che era un vero aggregatore sociale per tutti i ragazzini e ragazzine che, anche senza comprare niente, ci si ritrovavano per passare del tempo assieme.
Senza troppe nostalgie, quell’epoca che noi si viveva penso che adesso sia rara da trovare, anche per i più giovani e di questo mi dispiaccio perché, come hai scritto tu, si perdono i momenti.